Perché gli Eurobond non sono la panacea per i debiti sovrani

E’ interessante osservare la serie di proposte che vorrebbero risolvere il problema dei conti pubblici italiani e forse di qualche altro paese europeo con soluzioni relativamente indolori. Negli anni si sono susseguite proposte che ristabilizzerebbero l’equilibrio fiscale attraverso l’eliminazione dell’evasione fiscale, la vendita di beni pubblici, l’imposizione di un’imposta sulla ricchezza, la vendita dell’oro della Banca d’Italia e via di seguito. L’ultima proposta in questa serie è quella di introdurre gli Eurobond. di Vito Tanzi
23 AGO 20
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I proponenti sostengono che, allargando la copertura geografica dei titoli a tutta la zona euro, gli Eurobond acquisterebbero più liquidità e quindi sarebbero più appetibili per gli investitori, riducendo i tassi di interesse per i debitori dell’area euro. Questo “effetto liquidità”, se esistesse, sarebbe probabilmente molto ridotto, com’è indicato dal confronto tra Germania e Austria, due paesi con dimensioni molto diverse ma con un rating di AAA e con costo del debito poco differente.
Molto più importante, per l’effetto sui tassi d’interesse, sarebbe la condivisione di garanzia, da parte dei paesi economicamente più forti (specialmente Germania, Olanda, e Finlandia). Questa condivisione ridurrebbe il costo del debito per tutti i paesi della zona euro ma lo aumenterebbe per i paesi più forti della zona. È improbabile che per questi paesi l’effetto liquidità sarebbe sufficientemente grande da neutralizzare l’aumento dei tassi che pagherebbero a causa del maggior rischio che assumerebbero, attraverso le garanzie.
Bisogna riconoscere che l’esistenza di questi buoni, direttamente e immediatamente, non cambierebbe i programmi di spesa pubblica, e i sistemi fiscali, dei paesi della zona euro. Questi programmi rimarrebbero sotto la responsabilità dei governi nazionali perché le decisioni non sarebbero trasferite all’Ue. L’effetto che si dovrebbe attendere sul costo del debito dall’introduzione degli Eurobond sarebbe un effetto principalmente psicologico e quindi molto incerto. Quell’effetto fa ricordare le previsioni di Alan Greenspan negli anni prima della crisi finanziaria. Greenspan credeva che la globalizzazione del sistema finanziario, attraverso un effetto liquidità e di dispersione più ampia del rischio, aveva ridotto i tassi e i rischi per il sistema. Ovviamente era in errore.
Inoltre l’assunzione del rischio dei paesi con alto indebitamento da parte dei paesi più virtuosi potrebbe creare un “moral hazard”, da parte dei primi, riducendo il loro sforzo, e difficoltà politiche per i governi dei secondi che dovrebbero spiegare ai loro cittadini le ragioni per aver assunto questo rischio. Questi ostacoli potrebbero essere insormontabili impedendo la creazione degli Eurobond.
Insomma l’idea degli Eurobond sembra un’idea interessante ma non sembra avere grande possibilità di diventare una realtà, almeno fino a quando l’Ue non diventerà un’unione politica, come gli Stati Uniti, con un forte governo centrale. Un’unione politica europea avrebbe il potere di determinare i programmi di spesa pubblica e anche quelli tributari. Ma siamo ancora molto lontani da quel giorno. Finora l’Ue non è riuscita a controllare la spesa pubblica dei paesi membri e ha compiuto pochi progressi verso l’armonizzazione dei sistemi fiscali. C’è il rischio che questa idea possa distrarre i politici dei vari paesi dalle politiche nazionali necessarie ora per uscire dalla crisi e per iniziare un percorso più virtuoso fiscalmente.
di Vito Tanzi